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Ligabue Magazine n° 74
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L'arte animalistica delle steppe

Testo di:
Giancarlo Ligabue

Fotografie:
Archivio C.S.R. Ligabue - Grazia Neri - Ivana Grollova - Interstudio - Jiri Skupien - N. Tsültem

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Un caleidoscopio di genti si è accalcato e sovrapposto, durante i millenni, negli spazi senza fine dell'Asia centrale e settentrionale. Sono i nomadi delle steppe, schegge di ceppi umani antichissimi, proto-Turchi, proto-Mongoli, Indoiranici, frazionati in Hsiung-nu, Kidan e Tungusi, Sciti, Ch'iang, Tung Hu, Kirghiz, Sarmati e Cimmeri, Geti e Massageti e altri gruppi etnici ancora senza nome, e senza storia.
Fra tutti, gli Sciti sono i più famosi - dispersi in un'area la cui "koinè" sembra non avere frontiere - simboli del nomade e paradigmi del "barbaro" per eccellenza.
La loro immagini ci è raccontata anche dai bassorilievi di re Dario nell'Apadana di Persepolis (VI secolo a.C.), raffiguranti guerrieri armati di corte spade, le "akinakes", e di archi con faretre.
Lo Scita impersonifica sia l'immagine mitica del cavaliere, sia qella del barbaro, proprio per effetto del nomadismo che si contrappone alla sedentarietà, alla città-stato con le sue leggi e le sue obbligazioni, perché barbaro è sinonimo di errante e non rientra nei canoni delle civiltà classiche.

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Ligabue Magazine 27

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