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Ligabue Magazine n° 74
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Ligabue Magazine

Anno XIX
Numero 37
Secondo Semestre - 2000

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Editoriale

Parliamo una buona volta di loro. Loro, chi? I nostri collaboratori i cui articoli appaiono in questo numero del Ligabue Magazine. Perchè l'editoriale, da quando è nato 19 anni fa, è destinato a dare brevi cenni del contenuto del periodico al fine di sottolinearne l'interesse anche con qualche commento appropriato, tal che per gli autori restavano libere poche righe essenziali, essendo quasi sempre la loro fama superiore agli elogi. Ora è vero che questa rivista nasce e si compone ogni volta nella testa di Giancarlo Ligabue, ma, sia nelle sue pagine, sia nel Centro Studi Ricerche, egli è il primo a valorizzare coloro che con passione contribuiscono a portare a termine tanti progetti che poi destano vasta eco nel mondo scientifico internazionale. Così oggi seguirò il procedimento inverso e comincio da un collaboratore che per noi è quasi una recluta sebbene abbia già meriti copiosi, è Davide Domenici, degno figlio di quel Viviano Domenici che i nostri lettori conoscono bene ed apprezzano da molti anni. Davide ha 32 anni, si è laureato a Bologna in archeologia peruviana, ha partecipato a diverse missioni archeologiche in Perù, Messico e isola di Pasqua ed è, dal 1998, co-direttore del Progetto Archeologico Rio La Venta recentemente illustrato su questa stessa rivista. Il giovane Davide è un lavoratore, un esploratore, infaticabile e, aggiungo, invidiabile, perchè non si contano i suoi articoli divulgativi; per l'Editoriale Jaca Book si occupa della traduzione e della cura delle pubblicazioni relative all'archeologica dell'America Precolombiana, ha curato la Guida Archeologica del Mediterraneo per i tipi della CLUP-Utet Libreria, continua a dedicare attenzione alla zona del Rio La Venta, e poiché deve essere uno di quegli studiosi di raro e rapido acume, riesce anche a svolgere ricerche archeologiche per conto dell'Università di Bologna. Non avevo ragione di dire che è invidiabile? Come se questo non bastasse, vi dirò che scrive molto bene e ve ne accorgerete leggendo a pag. 62 il suo articolo dedicato all'uomo di Altamura (Bari) vissuto 150.000 anni fa, probabilmente una forma intermedia tra l'Homo erectus e l'Uomo di Neanderthal. La descrizione del ritrovamento emozionante di uno scheletro completo è avvincente, ma è difficile da raggiungere in una grotta in cui l'Autore riesce a penetrare guidato da esperti speleologi e scrive: "... per un paleontologo è una vera miniera di informazioni. Per un profano invece è un'emozione indimenticabile: mi trovo faccia a faccia con un antenato, incontrato al termine di una discesa nel ventre della Terra che evoca suggestioni iniziatiche. Provo anche un velo di malinconia: non posso fare a meno di pensare alla tragedia di quell'uomo imprigionato (nel labirinto di quelle grotte) senza via di scampo". Anche i paleontologi hanno un cuore.
A pag. 100 voliamo in Nepal con Diana Riboli, antropologa specializzata in studi di religioni di tipo asiatico e di sciamanismo. Anche questa giovane donna deve far parte di quella razza di scienziati che sanno fermare il sole per cui le loro giornate durano 48 ore, perché a leggere il suo curriculum un povero tapino rabbrividisce: laurea con lode nel 1990 in Antropologia Culturale, che per lei è come un trampolino per saltare da Perugia a Roma, poi in Nepal, in Africa, in Grecia, approfondendo le ricerche, vincendo premi, scrivendo articoli e libri, addottorandosi per ben due volte presso l'Università "La Sapienza" di Roma, partecipando a congressi, via via lungo percorsi impervi, che per lei sembra siano strade di velluto. Uno dei capisaldi dei suoi vari interessi si trova in Nepal dove da anni Diana Riboli studia il gruppo religioso dello sciamanismo, una etnia povera fra le più povere, ma i cui componenti, i Chepang, comprendono gli sciamani chiamati pande, che sono in stretto contatto con le forze soprannaturali, fungono da intermediari fra il mondo umano e l'aldilà, hanno funzioni terapeutiche, accompagnano le anime defunte nella terra degli antenati, e si definiscono tunsuriban, vale a dire sciamani che hanno la facoltà di compiere viaggi, sia nei Cieli, sia negli Inferi. Leggete e noterete come Diana Riboli sia maestra nel penetrare i segreti di quel mondo misterioso.
Molti lettori ricorderanno il servizio che abbiamo pubblicato tempo fa sull' impresa compiuta da un baldo esploratore che sulle cime delle Ande è andato a cercare - e ha trovato - le sorgenti del rio delle Amazzoni: l'autore dell'impresa era Jacek Palkiewicz, nato nel 1942 a Immesen, in un campo di concentramento polacco, e la cui specialità, ha scritto qualcuno, è "sopravvivere", tanto che ha istituito una scuola di sopravvivenza nelle cosiddette condizioni estreme e ha pubblicato diversi manuali sul "mestiere di vivere" quando ci si trova "oltre ogni limite" in casi di emergenza. E' stato ufficiale di marina, cercatore di diamanti, skipper su grandi yacht, pilota di alianti, è uno dei più profondi conoscitori della Siberia, ha esplorato mezzo mondo, dal Sahara alla Mongolia, ha insegnato agli astronauti sovietici a cavarsela in caso di atterraggio forzoso, e quando non lotta per tenere la vita con i denti, vive a Cassola, in provincia di Vicenza, con la moglie, la pittrice italiana Linda Vernola, e con i due figli, che mi immagino saranno tirati su come atleti addestrati per battere primati. Insomma, avete capito, Jacek Palkiewicz è, per dirlo con il Piovano Arlotto, un tipo che una ne fa, e cento ne pensa, difatti adesso dove è andato? In uno dei posti meno accoglienti del globo, all'estremo lembo della Russia, sull'isola Grande Diomede al centro dello stretto di Bering, ai limiti della Linea di cambiamento di data, e dove si festeggerà con 11 ore di anticipo rispetto all'Italia l'ingresso nel terzo millennio fra il 2000 e il 2001. Tre chilometri più in là, sulla Piccola Diomede, appartenente agli Stati Uniti, gli americani brinderanno all'avvento del nuovo millennio 24 ore più tardi. Come sopravvivano i 28 soldati in quell'isola dimenticata anche dal potere centrale a Mosca è una sofferenza quotidiana che ci lascia esterrefatti, e lo apprenderete leggendo a pag. 24 l'articolo del nostro avventuroso collaboratore italo-polacco. Devo correre perché mi rimane poco spazio in questa pagina. L'articolo della giornalista dotta in archeologia Giulia Castelli Gattinara a pag. 158 ci porta nel Sahara fra i monti dell' Acacus dove si trovano le pitture e i graffiti risalenti a 12.000 anni fa, e oggetti ben più antichi; non solo, l'articolo ha anche il merito di rendere omaggio al prof. Fabrizio Mori, il massimo esperto di preistoria sahariana.
Thomas R. Hester, direttore del Texas Archeological Research Laboratory e professore di Antropologia alla University of Texas, ha descritto a pag. 88 l'importanza che dal XV al XX secolo hanno avuto le perle veneziane di vetro, rosse, bianche e azzurre. Ed eccomi costretto a sacrificare in poche righe il cenno biografico sul caro collega Adriano Favaro, uno dei più apprezzati redattori del Gazzettino, eccellente divulgatore dei risultati raggiunti in molte esplorazioni cui ha partecipato sull'Everest, sul K2, in Egitto, in Sudan e nell'America Latina con il Centro Studi Ricerche Ligabue.
A pag. 128 pubblica una succinta, compendiosa, biografia di Freya Stark, "dame" onoratissima dall'Impero Britannico, morta centenaria ad Asolo nel 1993: Freya Stark è stata sì, una famosa esploratrice, è stata sì, una esimia scrittrice, ma anche, detto fra noi, una bisbetica mai domata.

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
Antiche perle veneziane da uno scavo spagnolo in Texas

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Dove nasce il nuovo giorno del terzo millennio

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Freya Stark, avventurosa nomade

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I viaggiatori degli inferi

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L'uomo di Altamura

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Le antiche testimonianze del Sahara scoperte da Fabrizio Mori

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