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Ligabue Magazine n° 76
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Ligabue Magazine

Anno XIX
Numero 36
Primo Semestre - 2000

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Editoriale

Immaginate di riunire Sherlock Holmes, l'ispettore Poirot, Philo Vance, e di chiedere loro di risolvere il caso di quel manoscritto peruviano del Seicento redatto parte in latino, parte in quechua, parte in codice numerico cifrato, che riguardava i quipu, i mazzi di cordicelle annodate che gli Incas usavano per registrare i conti come su un pallottoliere, e per annotare eventi storici; ricerche varie e ritrovamenti susseguenti, portarono alla luce altri manoscritti non meno misteriosi corredati di cordicelle e di inserti tessili precolombiani: a complicare il tutto, ci sono le vicende del primo manoscritto più volte smarrito, ritrovato, dimenticato, ed infine donato a un membro di casa Savoia, che a sua volta ne fece dono a qualcuno, quindi dimenticato, rinvenuto, finito nelle mani di studiosi esperti, divenuto soggetto di diatribe scientifiche sulle varie interpretazioni dei quipu, e come se questo non bastasse, i vari testi erano stati scritti da missionari gesuiti; noi conosciamo bene la passione dei gesuiti per il segreto, loro scriverebbero in codice anche l'Ave Maria e il Padre Nostro, ed eccoci alle prese con garbuglio tutt'altro che elementare, caro dottor Watson, e i tre detectives impacciati di fronte al nostro Davide Domenici che a pag. 24, è riuscito a combinare tutte le tessere di un puzzle tuttora fonte di curiosità inappagate e di controversie fra scienziati che sanno tutto sulla storia delle civiltà sudamericane come se fossero cresciuti alla corte di Atahuallpa. Sembra un intrigo che non debba finire mai, con complicazioni da romanzo poliziesco, con la storia del gran misfatto narrato dal gesuita italiano Joan Anello Oliva secondo il quale, Pizarro, fra le sue tante malefatte commise anche quella di avvelenare con vino moscato all'arsenico gli ufficiali inca prima della battaglia di Cajamarca. Insomma, ce n'è per tutti i gusti, e il Ligabue Magazine ne offre ai suoi Lettori, grazie all'acume di Domenici, una visione chiara e completa in prima assoluta e in esclusiva, un vero scoop storico, come dicono i telecronisti. A questo punto non resterebbe che godersi il romanzo, se non che c'è chi per complicare le cose arriva a mettere in dubbio l'intera vicenda: per tacitare i dubbiosi, un docente dell'Università di Roma ha descritto una lettera di un gesuita del 1610, rinvenuta in un archivio, in cui si denuncia l'avvelenamento compiuto dal terribile Pizarro. Finirà all'italiana con un partito di pizarristi di destra, e uno di antipizarristi, di sinistra. A pag. 132, incontrerete un altro collaboratore frequente del Ligabue Magazine, il naturalista Bruno Berti, che questa volta ci ha preparato un articolo didascalico sull'uovo in cui noi percepiamo, quasi per antonomasia la fonte di vita. L'uovo ha segnato l'evoluzione dagli anfibi ai rettili, l'uovo ha una forma perfetta che ha affascinato i matematici del passato, l'uovo è uno scrigno portentoso, e diceva Konrad Lorenz: "Per me è sempre una grande sorpresa lo schiudersi di una nuova vita da un minuscolo uovo". L'uovo è nostro nutrimento principe, contiene come sepolti in un segreto gli elementi che consentono il perpetuarsi della vita e questo fatto, sul quale varrebbe la pena di soffermarsi più spesso a riflettere, mi pare affascinante. Berti si concede anche un'innocente divagazione e scrive: quando ci troviamo a confronto con un problema insolubile alla pari della quadratura del cerchio, domandiamo: è nato prima l'uovo o la gallina? Il quesito apparentemente scherzoso, antico quanto l'uovo, mi viene alla mente leggendo a pag. 104, l'articolo del famoso paleontologo rettiliano Philip J. Currie, direttore della sezione dinosauri del Royal Tyrrell Museum of Alberta. Sono nati prima i dinosauri, o prima gli uccelli? Anche in questo caso, come vedremo, per due secoli si alternarono le controversie fra gli studiosi, poi in anni recenti vi fu un'importante scoperta, a Liaoning, nella Cina Meridionale, fu trovato un vero e proprio giacimento di fossili che gli agricoltori vendevano ai musei e ai turisti. Un tal Li Yinfang rinvenne il fossile di un animale dalla lunga coda, grande quanto un pollo, contornato di penne: il contadino, che non era uno sprovveduto, si rese conto di essersi imbattuto in qualcosa di meritevole di molta considerazione, e poiché quel fossile si era spaccato proprio nel mezzo, per fare più soldi ne vendette una metà al Museo Geologico della Cina, e l'altra metà all'Istituto di Geologia e Paleontologia di Nanjing. Il lettore seguirà nel testo del dottor Currie le indagini, le ricerche, i dibattiti intorno a questi dinosauri piumati, un resoconto che va seguito con molta attenzione perché si tratta di materia complessa che richiede erudizione specifica, ma mi piace segnalare un'altra lettura di questo articolo edificante: mi ha sedotto il constatare che questi scienziati compiono le loro ricerche con una così appassionata abnegazione che per il profano è sorprendente dato che i soggetti in esame sono aride pietre morte e non è facilmente comprensibile il fatto che di fronte ad una penna di dinosauro fossile possono provare vibranti emozioni come se scoprissero il seno di Cindy Crawford. A quel fossile trovato da Li Yinfang fu dato il nome curioso di Sinosauropteryx prima (prima penna di drago cinese), e sentite cosa scrive Philip J. Currie: "Il primo teropode (quello appena citato) mi fu mostrato a Pechino nel settembre 1996. Il direttore del Museo Geologico Nazionale della Cina, dottor Ji Qiang, il quale aveva la fortuna di possedere questo piccolo, delicato fossile nella collezione del suo museo, aveva invitato me e mia moglie a fargli visita. La vista di quell'esemplare per la prima volta fu uno di quei momenti che si vorrebbero rivivere all'infinito". Ebbene, di fossili non mi intendo, ma mi emoziona, mi eccita, mi entusiasma la percezione di questo grande amore per la ricerca scientifica di cui poi noi gustiamo i frutti. Cristina Del Mare, che ci ha già dato bellissimi resoconti dei suoi viaggi in Oriente, questa volta, a pag. 76, ci riporta in quell'India imperiale che aveva le seduzioni descritte da Kipling, ed è un sollievo apprendere che nell'India tropicale con un trenino si possano raggiungere le Nilgiri Hills, le colline azzurre, un tempo accogliente rifugio estivo dei Maharajah e dei Nababbi, ora abitate dalla piccola, antica tribù dei Toda, allevatori di bufali e produttori di prodotti caseari, che non hanno mai posseduto armi, né combattuto guerre. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Bertoldt Brecht.
Se non siete di quegli egoisti che pensano: après moi le déluge, leggete a pag. 162, l'articolo di Gianfranco Bologna, segretario generale del WWF Italia e della Fondazione Peccei-Club, e rabbrividirete riflettendo sulle condizioni del mondo nel 2050, quando gli abitanti della Terra saranno secondo le previsioni ONU, 9.4 miliardi, le risorse si ridurranno e, ad esempio, il solo problema dello smaltimento dei rifiuti richiederà provvedimenti drastici in tutti i Paesi.

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
I dinosauri piumati della Cina

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I misteriosi manoscritti Inca di Napoli

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I toda, principi delle colline azzurre

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L'uovo, scrigno di vita

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Quale futuro per il nostro Pianeta?

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