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Ligabue Magazine n° 73
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Ligabue Magazine

Anno XVII
Numero 33
Secondo Semestre - 1998

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SFOGLIA ANTEPRIMA
Editoriale

In questo scorcio del secondo millennio, ogni giorno 500 milioni di abitanti della Terra sono in movimento. Viaggiano. Perché? Sociologi e psicologi dalle due sponde dell'Atlantico hanno tentato varie interpretazioni: affari, curiosità, vacanze, spirito di avventura, tutte spiegazioni generiche e approssimative che chiunque può fare anche senza una laurea. Viaggiare stanca. È vero che oggigiorno si va e si torna da New York in un solo giorno, e troviamo comodi rifugi ovunque tranne nei deserti, ma quante fatiche nelle attese negli aeroporti, nelle soste per i treni in ritardo, per le coincidenze mancate. Quando leggo le pagine liriche di certi scrittori moderni nostalgici dei viaggi in diligenza sono sorpreso della loro ingenuità noncurante, perché dimenticano i disagi cui erano sottoposti i nostri avi, direi i nostri bisnonni perché non solo quei viaggi erano interminabili su veicoli spesso sgangherati, ma curiosamente fino alla metà circa del secolo scorso, la penuria di ostelli era una vera sciagura. Da centinaia d'anni, Firenze, Roma, la Francia, la Germania, avevano palazzi che ancor oggi ammiriamo come opere d'arte; per contro, gli architetti e gli imprenditori non si sono curati di costruire gli alberghi. Basti un esempio: quando, dopo Waterloo, l'imperatrice Maria Luisa dovette abbandonare Parigi per tornare a Vienna, compì il viaggio su carrozze che perdevano le ruote, con cavalli sfiancati, trascorrendo le notti in luride taverne con gente di ogni risma, dormendo per terra e nutrendosi di pane e lardo. Chi ne sa di più sull'irrequietezza dei discendenti di Adamo ed Eva, è Giancarlo Ligabue, a sua volta esploratore in contrade sconosciute, il quale a pag. 148, nel darci la notizia di quei 500 milioni di raminghi, ci diletta con un excursus sull'"anatomia del viaggiatore", l'anatomia, la fisiologia, la psicologia, e aggiungerei la patologia. Giancarlo Ligabue risale a Prometeo che rubò il fuoco a Giove, il quale si vendicò mandando in dono ai mortali il vaso di Pandora contenente tutti i mali del mondo. Il fuoco consentì all'Homo erectus con i primi tentativi di socialità, "di spingersi verso le gelide contrade settentrionali, riscaldandolo nei freddi accampamenti notturni e ad oriente, verso i "cancelli dell'alba" … sconfiggendo le grandi paure ataviche dell'umanità … iniziando le grandi migrazioni ...". Secondo l'Autore, v'è una differenza fra muoversi, vagando nello spazio conosciuto, e viaggiare in territori sconosciuti, al di là della segnaletica rassicurante. Ed eccoci a colui che affronta l'avventura nell'hic sunt leones, e viaggia per scoprire, raccontare, scrivere, filmare. Durante il Rinascimento e fino all'inizio di questo secolo, oltre i più celebri esploratori, ci hanno lasciato preziose informazioni coloro che avevano la bella abitudine di scrivere a casa, a parenti ed amici, lettere in cui narravano con precisione quanto di nuovo e di diverso incontravano nel loro peregrinare. Senza scomodare Goethe e Stendhal, ricordo con piacere C.E. Brydone, un gentiluomo inglese che ai primi dell'Ottocento, in Sicilia, invitato dal Vescovo di Agrigento e attratto da una pietanza misteriosa e prelibata, riuscì a strappargli, giurando di mantenere il segreto, la ricetta del patè di fegato d'oca che, manco a dirlo, giunse subito a Strasburgo.
Si viaggia per lavoro, alla ricerca di nuovi mercati; per fuggire ed inseguire la libertà dalle convenzioni sociali; per fede con i pellegrinaggi ai santuari; per studio e ricerca e arricchimento culturale; per curiosità, per esibizionismo. Giancarlo Ligabue non trascura nulla in una limpida disamina che, forse non se l'aspettava, desta nel lettore una voglia immediata di partire, anche senza meta: mettersi in viaggio e via, magari portando con sé il Ligabue Magazine, perché, confessiamolo, è molto più agevole apprendere qualcosa delle civiltà Inca e Maya, leggendo questa rivista, che non affrontando le fatiche improbe dei viaggi organizzati dal Centro Studi Ricerche Ligabue. E quindi ancora nello stesso articolo, il viaggio come obbligo, sofferenza, che ha anche risvolti negativi con alterazioni psicofisiche e "cicatrici" culturali derivate dalle esperienze del movimento e dalla lontananza, difatti, quest'anno, persino il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha parlato del pericolo della depressione che assale coloro che ritornano dalle esaltazioni di una lunga vacanza. Prima di chiudere queste noterelle, mi vengono alla mente i tanti viaggi compiuti dagli Apostoli dopo la morte di Gesù nel Medio e Vicino Oriente, in Grecia, in Italia, e il dono invidiabile che essi avevano ricevuto dalla glossolalia, grazie al quale potevano parlare la lingua dei popoli che via via visitavano.
Abbiamo accennato alla gravezza di certi viaggi cui si sottopongono gli esploratori, ebbene pensate all'audacia degli speleologi italiani del Centro Italiano di Studi e Ricerche sull'America Precolombiana di Brescia, e del Centro Studi Ricerche Ligabue di Venezia, che da anni esplorano le caverne del canyon messicano del Rio La Venta con pareti a strapiombo alte fino a 500 metri.
Antonio De Vivo e Davide Domenici ci raccontano a pag. 76, che questi archeologi per visitare una delle caverne scavate nelle rocce, si calano lungo quelle pareti legati a corde del diametro di l O millimetri, e così sospesi nel vuoto arrivano alla caverna designata a 150 metri dal bordo superiore e a 300 metri dal fondo del baratro. Che cosa trovano in quelle caverne che gli antichi abitatori raggiungevano non si sa come?
I resti di una civiltà millenaria del gruppo etnico Zoque, strumenti di pietra, frammenti di ceramiche, di ossa, di conchiglie, di tessuti e vegetali, crani di bambini con il foro occipitale artificialmente allargato, vittime dei riti sacrificali.
Le ricerche continuano anche nella selva circostante dove si scoprono le vestigia di antiche città dei zoque.
Capac in lingua quechua significa ricco, illustre, e secondo la leggenda, sulle rive del lago Titicaca nacque Manco Capac, il re degli Incas che estese l'impero vincendo e sottomettendo le tribù di territori anche lontani. Lo scrittore documentarista Rolando Menardi alla ricerca del guaciaro, dopo otto giorni di viaggio in jeep da Lima, è giunto a Puno sul Titicaca in compagnia di due antropologi, uno italiano e uno peruviano; lassù, a 4000 metri s.l.m., Menardi, animato da quella curiosità che è alla base della scienza, ha trascorso molto tempo nel villaggio di Taraco sulla riva del bacino maggiore in cui è diviso il lago, e ha approfondito i suoi studi sugli usi e costumi di un gruppo di indios che vivono in piccole, ma resistenti capanne di fango chiamate "putuco": l'articolo è a pag. 110.
Il nostro amico sempre tanto apprezzato Donald C. Johanson, l'antropologo americano, lo ricordate certamente, che nel 1974 scoprì Lucy, ha raccolto il frutto di altri importanti ritrovamenti in siti etiopici e kenyani della Rift Valley, fornendoci le prove che l'Africa è la prima culla dell'umanità, e che gli antenati della "giovane" Lucy sono stati i protagonisti dell'evoluzione della scimmia quadrumane nel bipede, il primo essere umano chiamato poi Australopithecus afarensis.
L'articolo a pag. 24 è da leggere avidamente per arrivare alla conclusione che "tutti gli esseri umani hanno avuto un'origine comune".
Fulvia Sesani, laureata in Farmacia, ben nota per i suoi corsi di alta cucina che tiene periodicamente a Venezia, in Francia, in America, è detta anche l'"ingegnere della gastronomia", perché è capace di creare con i suoi piatti prelibati e col pane piccole costruzioni che soddisfanno l'occhio oltre che il palato. A pag. 52, un suo articolo sulla cucina veneziana da assaporare dal principio alla fine.

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
Anatomia del viaggiatore

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Archeologia sospesa

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Ex Africa semper aliquid novi

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Gli uomini d'acqua

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Venezia e la sua gastronomia

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