Filtri Ricerca
Cerca tra i contenuti: Argomenti: Anno di Riferimento: Autore: Cerca
La Redazione
Oltre 300 articoli disponibili
Gli articoli dei Ligabue Magazine sono acquistabili in formato digitale direttamente nel sito. Cerca l'argomento o l'autore che più ti interessa
Novità per abbonamenti
Ligabue Magazine n° 74
Abbonati Subito
Ligabue Magazine

Anno XV
Numero 28
Primo Semestre - 1996

AGGIUNGI

Acquisto della sola versione digitale *

Versione pdf€ 6,00

* Le versioni digitali dal n. 1 al 57 sono ottenute da una scansione del Magazine. Potrebbero pertanto presentare delle imperfezioni nella visualizzazione dei testi e delle immagini.

SFOGLIA ANTEPRIMA
Editoriale

Mi pare che il primo a domandarsi chi avesse inventato l'alfabeto sia stato l'ateniese Feracide del V secolo a.C., assai lodato da San Girolamo per le sue "Genealogie"; in seguito le indagini sul problema affascinante dell'origine della scrittura si sono susseguite con le più svariate attribuzioni soprattutto legate alle scritture sacre, fin quando nei tempi moderni la scienza spicciola decise sbrigativamente che il merito era dei Fenici, e questo ci insegnavano a scuola. Invece, Viviano Domenici, a pag. 48, ci dimostra che l'ideazione di segni con un valore fonetico risale esattamente a 4900 anni fa, e avvenne nella Mesopotamia Meridionale ad opera dei Sumeri, quando i Fenici erano ancora in mente dei. La prova l'hanno fornita 14 tavolette di terracotta con segni pittografici trovate in Transilvania, e per ora rinunciamo a sapere come e quando i Sumeri siano arrivati in Romania, perché ho qualcosa di più gustoso da raccontare. Giungere a questa conclusione sumerica non è stata impresa facile e forse non è proprio definitiva, non solo perché le ricerche continuano, ma anche perché i glottologi sono litigiosi più degli uomini politici, lo sono al punto che quando ci fu tra loro chi sosteneva che il sumerico era una variante del babilonese, si scatenarono tali risse - ricorda Domenici - che gli studiosi coinvolti nella contesa si presero a ombrellate. Accennando al passaggio dai pittogrammi ai caratteri cuneiformi, nell'articolo è citato quello straordinario personaggio che fu Pietro Della Valle e mi piace soffermarmi su questo nome, fornendo egli un esempio di quanto strambi possano essere certi linguisti, specialmente se per molti anni hanno lavorato e sudato al fine di rintracciare la radice di un vocabolo indoeuropeo. Pietro Della Valle per la verità non era permaloso, ma bizzarro sì: nato a Roma nel 1586 da una famiglia patrizia, letterato, astronomo, spirito eclettico, nel 1614, in seguito a una delusione in amore, partì come pellegrino in Terra Santa, salutando parenti ed amici con il tono di chi dice: vado e torno. Tornò dopo dodici anni. Per cominciare decise di passare per l'Egitto e là nacque in lui la passione per l'archeologia, poi dalla Palestina si spinse verso Oriente, sostando a Damasco, Aleppo, Baghdad, Persepoli, fino all'India, e a Roma rientrò con due mogli, una viva e una morta. Perché la prima, l'assira Sitti Maoni, morì giovanissima, e Pietro Della Valle, tenaci nei suoi amori, la fece imbalsamare, quindi chiusa in un sarcofago se la portò appresso per quattro anni prima di seppellirla nella chiesa dell'Aracoeli, e non so immaginare come viaggiasse a quei tempi con un tal bagaglio che sarebbe alquanto ingombrante anche oggidì.
La seconda moglie era una giorgiana di sfolgorante bellezza, Maria Timatia, e per causa sua egli fu coinvolto in un fatto di sangue, condannato all'esilio in un castello dei Colonna, condonato, finì come apprezzato membro dell'Accademia degli Umoristi.
I nostri lettori conoscono già Rolando Menardi, il giovane bellunese giornalista, fotografo, giramondo, è andato in Cile a trovare i Mapuche sul versante del Pacifico delle Ande, e là ha voluto trascurare storia e geografia per intrattenersi con Elicura, lo sciamano che gli ha permesso di conoscere la mitologia mapuche, la filosofia di un popolo che si è tramandato nei secoli il pensiero di un sentimento umano inteso come l'anima della natura; l'articolo è a pag. 130. Un'altra etnia a noi ignota ce la fa conoscere il nostro amico Gabriele Rossi-Osmida, che a pag. 24, ci parla dei Karen, un popolo di origine tibeto-birmana che vive tra la Tailandia settentrionale e la Birmania meridionale, e che comprende una minoranza nota, almeno da quelle parti, per le sue "Donne giraffa". Il loro nome, bisogna convenirne, la dice lunga. L'autore, che le ha trovate durante una spedizione del Centro Studi Ricerche Ligabue, racconta che questi Karen, avendo difficili rapporti con la foresta, furono assaliti dagli Spiriti i quali aizzarono un branco di tigri contro le loro donne, le quali, per proteggersi si misero dei collari di rame, che nella realtà divennero strumento di bellezza contrassegno di ricchezza e di elevato rango sociale. Le bambine "fortunate" nate durante un plenilunio, verso i cinque anni cominciano a sottoporsi alla pratica di tirarsi la testa, poi cominciano a ornarla con un primo collare di rame, aggiungendo via via nel corso degli anni nuove spire fino a raggiungere, o anche a superare, il numero di venti anelli. Rossi-Osmida mi consentirà di preferire i colli lunghi delle stupende donne di Modigliani.
Antonio De Vivo è un insegnante di Educazione Fisica appassionato speleologo, che ha organizzato con notevole successo scientifico numerose spedizioni nelle Filippine e in Indonesia, e da ultimo fra le montagne dell'Uzbekistan, dove ha esplorato il sistema carsico più alto del mondo. Calandosi con una sola corda lungo le pareti dell'Ulugh Beg, a 3750 metri, il gruppo di De Vivo ha esplorato, con alcuni speleologi degli Urali, la grotta più alta e più profonda dell'Asia, che penetra nella montagna per ben 1415 metri. L'articolo è a pag. 90.
Si sa, si dice Venezia e si pensa alla gondola presente in tanti sogni romantici, ma la gondola ha non poche parentele preziose.
Giovanni Caniato lavora all'Archivio di Stato di Venezia ed è egli stesso un archivio vivente avendo al suo attivo una trentina di pubblicazioni dedicate alla storia, alla cartografia e alle tradizioni etnografiche di Venezia e del Veneto, e a pag. 154, fa un appassionato appello per la salvaguardia del patrimonio delle imbarcazioni che nei secoli hanno solcato le acque della laguna e contribuito in modo insostituibile al benessere della città.
Uno dei tanti luoghi comuni sui popoli ci diceva che i nidi di rondine erano una leccornia per i Cinesi nonostante fossero fatti di fili d'erba cementati da rifiuti organici per loro natura immondi.
Ebbene, nulla di più falso. Il nido di rondine prelibato, detto "caviale dell'Asia", é composto di una sostanza semifluida secreta dalle ghiandole mandibolari, trasparente alla sorgente, che poi tende a solidificarsi, e questa squisitezza sul mercato di Hong Kong raggiunge il prezzo di 3.000 dollari il chilo. A pag. 114, sono descritte le rischiose operazioni per raccogliere quei nidi che pesano circa 5 grammi l'uno, e che si trovano sulle alte pareti rocciose a strapiombo di un 'isola misteriosa a ovest delle Filippine.
A pag. 70, sono io che racconto che nel più lontano passato, gli esseri umani hanno sentito con il bisogno di vestirsi quello di travestirsi, e risalgono al Paleolitico Superiore i primi travestimenti costituiti da ornamenti o da decorazioni colorate, mentre le prime maschere sono nate in epoca imprecisata nelle steppe dell' Asia, per poi diffondersi in Occidente nel primo millennio a.C. Cartesio ha detto; "Dio ha creato l'uomo a sua immagine e simiglianza, ma in più gli ha dato la maschera".

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
5000 anni di ABC

Vai all'articolo
Antiche tracce nel Paese di Ulugh Beg

Vai all'articolo
La Maschera Filosofa

Vai all'articolo
Le Barche di Venezia. Un patrimonio etnografico da salvare

Vai all'articolo
Le Figlie del Drago

Vai all'articolo
Mapuche, gli uomini della terra

Vai all'articolo
Nidi di Rondine

Vai all'articolo