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Ligabue Magazine n° 74
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Ligabue Magazine

Anno XI
Numero 20
Primo Semestre - 1992

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Editoriale

È primavera, fioriscono i mandorli, fioriscono le esposizioni d'arte e di varia cultura, fioriscono i pensieri maliziosi per i quali imploro fin da ora il condono pasquale. Ma prima della contrizione, ecco il mio peccato commesso visitando le tre principali mostre che di questi giorni attraggono cittadini stanziali, turisti multicolori e vocianti scolaresche: non sono stato capace di respingere la tentazione di fare un confronto fra le impressioni che hanno destato in me i disegni esposti a Palazzo Grassi alla mostra «Leonardo & Venezia», le candide statue di Antonio Canova al Museo Correr, e i dinosauri del Deserto dei Gobi al Museo di Storia Naturale. Comincio dalla prima, frutto di una colossale impresa promozionale e di un'imprudenza: i disegni di Leonardo sono certo opera mirabile oltre ogni dire, ma le fanfare propagandistiche hanno voluto ancora una volta esaltare il richiamo inesausto di Venezia, mentre, ahinoi, del soggiorno veneziano di cotanto genio non si sa un bel nulla, per cui l'accostamento è per lo meno incauto. Sì, fuggendo da Milano alla fine del 1499, Leonardo è passato per Venezia prima di raggiungere Mantova: il Vasari non lo dice, ma pare proprio che abbia sostato qui per due, o tre mesi, forse per studiare le fortificazioni da costruire sui confini orientali della Serenissima, ma si ignora ove dimorasse, come abbia impiegato il suo tempo, e la supposizione dei critici che abbia avuto rapporti con i pittori locali è così ovvia, che non consente confutazioni. Ecco allora insorgere nella mente del profano sfrontato il pensiero volpino che si conoscano meglio i dinosauri del Deserto dei Gobi vissuti sessanta milioni di anni fa, che non le vicende di Leonardo a Venezia, che in termini paleontologici sono storia recente, roba di ieri. Per contro un rapporto certo di Leonardo con il soggiorno veneziano lo si ritrova nelle sue ricerche sui fossili compiute nel Veronese e nella valle dell'Isonzo: egli fu il primo a capirne l'origine, studiandoli da geologo e paleontologo, e smantellando le antiche teorie fantasiose che li volevano prodotti divini o diabolici. Il maligno si fa ancora avido di suggestioni al Museo Correr, dove meditando sull'erotismo gelido del Canova si insinua la riflessione paradossale che lo scheletro di un dinosauro può apparire più sexy dell'«Amore e Psiche». Nel vacuum totale di turbamento di fronte alle «Tre Grazie», il ricordo va al subbuglio dell'animo provocato da certi marmi palpitanti come la «Santa Teresa» del Bernini, la «Pietà» di Michelangelo, il «David » di Donatello, il «Perseo» di Cellini, e si conclude con il saggio proposito di tornare un'altra volta al Museo di Storia Naturale per smarrirsi con l'immaginazione nell'osservare un esemplare appena nato di Hadrosauro vissuto nel Cretaceo superiore, vale a dire 72 milioni di anni fa, o gli scheletri di Psittacosaurus dal becco di pappagallo, che erano fra i padroni della Terra 110 milioni di anni fa. La mostra, ben dotata di illustrazioni didascaliche, è il frutto della spedizione compiuta l'anno scorso nello sconfinato Deserto dei Gobi dal Centro Studi Ricerche Ligabue con il concorso del Museo di Storia Naturale di Parigi e di scienziati mongoli: è stata una grande avventura, un'impresa ardua ed eccitante, descritta a pag. 52 dallo stesso Giancarlo Ligabue, che l'ha organizzata e guidata, e da Viviano Domenici a pag. 24. Il primo ne illustra il valore scientifico, e come sempre negli scritti di Ligabue, c'è il richiamo alla storia dell'evoluzione, con un finale drammatico. Dopo aver citato il ritrovamento di minuscoli mammiferi primitivi, l'Autore dice che, trascorsi miliardi di albe e di tramonti, in seguito alla scomparsa dei dinosauri, essi «occuparono tutti gli ecosistemi del pianeta e si differenziarono a tal punto, in milioni di anni, da produrre anche un bipede chiamato "Uomo"», che ora ripercorre il deserto cercando gli antichi draghi.
Sono partiti da Ulan Bator, hanno percorso 3.000 chilometri affidandosi a carte geografiche approssimative, passando dalla steppa al deserto, hanno raggiunto un paesaggio lunare dove ci sono finalmente le uova dei dinosauri, e dopo aver letto la narrazione di Viviano Domenici, uno si guarda allo specchio, misura le proprie forze, e confessa: deve essere stato un viaggio affascinante, ma io sono già contento di conoscerne a mio agio e senza rischi, i risultati attraverso le parole dei protagonisti. In fatto di cimenti e di azzardi, anche Cristina Misischia non scherza; questa giovane giornalista dell'ANSA è stata la prima donna a raggiungere l'Antartide, ha scritto un libro, con il quale quest'anno ha vinto il premio «Città di Roma», sul suo soggiorno fra i ghiacci con gli studiosi dell'E.N.E.A., e sebbene questa volta non sia andata lontano, ha saputo trovare un quadro di eventi straordinari fra le rocce levigate ed impervie che si ergono dalla pianura occidentale della Tessaglia.
Laggiù, a partire dal XIII secolo, a prezzo di chissà quali fatiche, religiosi tanto devoti quanto robusti, hanno edificato quei «monasteri del cielo» che i Greci hanno chiamato «Meteore», nel significato di «alto, sospeso nell'aria». Fra tanta selvaggia bellezza, uomini dediti all'ascesi, in passato avevano voluto che quei cenobi fossero anche fortezze capaci di resistere agli Ottomani, e dei 24 conventi primitivi, ne sono rimasti sei restaurati ed abitati da monaci laboriosi la cui esistenza quotidiana ha trovato sagace testimonianza nell'articolo pubblicato a pag. 76.
Da 273 anni, è uno dei libri più letti al mondo, quello che, dopo la Bibbia, ha avuto il maggiore numero di edizioni, ma non tutti sanno che «La vita di Robinson Crusoe, di York, Marinaio» racconta la vera storia del marinaio Selkirk abbandonato nel 1704 sull'isola di Juan Fernandez, al largo delle coste cilene, e ritrovato dopo quattro anni in stato semiselvaggio dal capitano Rogers, che ispirò poi il romanzo di Daniel Defoe. Ebbene, Adriano Favaro, giornalista di «Il Gazzettino», membro del Centro Studi Ricerche Ligabue, partecipe di molte spedizioni del Centro, ha voluto rendersi conto, insieme a Sergio Manzoni, di dove o come era vissuto Robinson Crusoe in quell'isola sperduta nel Pacifico, e della sua esplorazione ci dà un gustoso diario a pag. 100.
L'Ariosto lo cita nell'«Orlando Furioso», chiamandolo «Senapo imperator de la Etiopia », e anche Preteianni, e del leggendario Prete Gianni, dominatore dell'India e dell'Etiopia, fu creato un mito che dal 1100 ha alimentato le fantasie e che rivive per noi nell'interessante ricostruzione che a pag. 140 ne fa Gabriele Rossi-Osmida, anch'egli membro del C.S.R.L., scrittore, di recente partecipe della spedizione nel Karakum.
Cito «Gli ominidi di Badar» di Donald C. Johanson, pubblicato a pag. 120, perché di questo scienziato, elegante divulgatore, instancabile esploratore, famoso anche per aver trovato «Lucy», i nostri lettori dovrebbero oramai conoscere vita e miracoli.

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
A caccia di dinosauri nel deserto dei Gobi

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Gli ominidi di Hadar

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I monasteri del cielo

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Nelle steppe di Gengis Khan

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Papi, Re e Avventurieri alla ricerca del Prete Gianni

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Robinson Crusoe

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