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Ligabue Magazine n° 78
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Ligabue Magazine

Anno VIII
Numero 14
Primo Semestre - 1989

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* Le versioni digitali dal n. 1 al 57 sono ottenute da una scansione del Magazine. Potrebbero pertanto presentare delle imperfezioni nella visualizzazione dei testi e delle immagini.

SFOGLIA ANTEPRIMA
Editoriale

Nelle scorse settimane, si è svolto alla Fondazione Cini un convegno durante il quale un gruppo di illustri signori ha esposto le idee che dovrebbero costituire l'impalcatura politica, tecnica e culturale per realizzare, nell'anno 2000, il sogno di una esposizione universale da organizzare in padiglioni sparsi fra Venezia, la Laguna, e le varie province venete. Questo miraggio del bimillenario cristiano ricorre oramai in quasi tutti i progetti legati all'umana antiveggenza, come se fra il 1999 e il 2001 potessimo non già perire per la fine del mondo, ma per lo meno assistere ad un profondo mutamento dei destini terreni di tutti gli esseri viventi. La suggestione di una tal data espressa in una bella cifra tonda forse deriva dal ricordo ancestrale della leggendaria interpretazione dell'Apocalisse di San Giovanni - mille e non più mille, o mille e più mille? - che prevedeva, dopo un ultimo assalto di Gog e Magog, la sconfitta di Satana, o forse il 2000 è atteso come una gran festa da astrologi, numerologi, e da coloro che hanno il gusto delle celebrazioni anniversarie, senza tenere in alcun conto il risultato degli studi pubblicati nel 1951 dal Cardinale Francesco Borgoncini Duca, studi dai quali risulta che Gesù Cristo è nato nell'anno di Roma 749, per cui il bimillenario cadrebbe nel 1996, ma si sa che queste date sono accettate per universale convenzione e per comodità di calcoli, tanto più che nessuno è in grado di assicurarci che Romolo tracciò il famoso solco in un mattino di primavera di 2742 anni fa. Il Ligabue Magazine, pur auspicando che il 2000 ci liberi dai malefici del demonio, non è in grado di offrire ai suoi lettori alcuna occasione commemorativa: per noi i millenni sono senza fine, si perdono nella più profonda notte dei tempi, e fatti salvi i prodigi di nuove strabilianti scoperte, non possiamo preparare un numero speciale per ricordare solennemente la ricorrenza della scomparsa dei dinosauri, o della comparsa dell'homo sapiens. Al più, potremmo metterci d'accordo con Donald C. Johanson per festeggiare il tremilionesimo compleanno di Miss Lucy, cantando in coro la canzone «Lucy in the sky with diamonds », che accompagnò la sua nascita nella desolata landa etiopica lungo il fiume Awash. Ma noi, nella nostra modestia, abbiamo letto attentamente il Traité de la Sagesse, che Pierre Charron pubblicò a Bordeaux nel 1601, e abbiamo imparato che «la vera scienza e il vero studio dell'uomo, è l'uomo stesso», crediamo con Virgilio che «felice è colui che può conoscere le cagioni delle cose», e grazie ai nostri collaboratori, continuiamo ad occuparci di quelle ricerche che tendono a rivelarci i misteri di un cosmo che fu, ad illuminarci sui miracoli della natura nel suo divenire, a farci conoscere meglio la filogenesi attraverso l'esame dei fossili, a percorrere le vie del mondo per incontrare i superstiti delle più antiche civiltà, a rintracciare fra credenze e superstizioni l'esigenza umana di invocare la protezione di potenze divine, e anche, di tanto in tanto, a dilettarci con qualche bella visione della realtà che ci circonda, tanto che proprio in questo numero dedichiamo molte pagine al fascino dell'isola di Burano, i cui abitanti, colà convenuti per sfuggire alle orde di Attila, possiedono un innato e così raffinato senso del colore, che come vedrete a pag. 120, ha fatto la gioia del fotografo Gianni Lapenna, lo stesso che due anni fa, ci ha dato le stupende immagini dei coloratissimi pescherecci di Chioggia.
Le illustrazioni sono accompagnate da un articolo del dotto professor Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei Civici di Venezia. Ma veniamo al nostro primo e più vivo interesse per l'uomo: Giancarlo Ligabue è andato a trovare quelli che possiamo chiamare gli ultimi cavernicoli, e ce ne offre, a pag. 46, una descrizione che ha il valore di una vera rivelazione. Sono i Tau't Bato, vivono nell'isola di Palawan, al nord delle Filippine, e in quelle foreste, gli archeologi hanno recuperato le prove di una ininterrotta permanenza abitativa umana da un'epoca che risale a 30.000 anni fa. Quindi ben vengano centenari e millenari, che oltre tutto sono istruttivi, ma calmiamo i bollenti spiriti. I nostri Tau't Bato, con caratteri paleo-malesi, vivono in comunità di un'ottantina di individui; le pareti delle loro grotte sono decorate da petroglifi tracciati con il carbone e raffiguranti animali, personaggi umani, spiriti, anime dei defunti, e purtroppo anch'essi rischiano la contaminazione del consumismo occidentale, mentre proprio gli stessi Tau't Bato hanno svelato che oltre le falesie del loro cratere, ci sono i Tau't Daram e i Tau't Suslodon, gli «uomini penombra », che l'uomo bianco non ha ancora mai avvicinato.
Per restare nell'epoca preistorica, ecco che Viviano Domenici, uno dei nostri più assidui e più apprezzati collaboratori, ci illustra a pag. 24, le figure statuarie delle Dee Madri, quanto mai impropriamente chiamate Veneri (!), che siano esse provenienti dalla Siberia o dalle regioni mediterranee, sono simbolo della fertilità in una «esplosione di curve», con seni gonfi, fianchi ampi e rotondi, cosce piene, organi sessuali accentuati, e guarda caso, anche queste creature hanno 30.000 anni.
Sì, vogliamo strabiliare i lettori, per ora con una sola citazione tratta dall'articolo pubblicato a pag. 72: gli «ommatidi » sono microscopiche unità visive, sono occhi in miniatura tipici degli insetti, ebbene, l'occhio della libellula contiene 28.000 ommatidi, quello della mosca 4.000, quello della lucciola 2.500, e scusate se vi sembrano pochi. Ce lo insegna con linguaggio limpido, Lucia Simion, dottore in medicina, sapiente fotografa naturalista.
Se siete appassionati di libri gialli, andate a pag. 106 e troverete il racconto del «Giallo di Piltdown» scritto dal collega Massimo Cappon per riposarsi dopo il suo recente viaggio nell'Antartide: la storia ha inizio nel 1908, quando Mr. Charles Dawson trovò nelle campagne del Sussex una mandibola ritenuta dagli esperti più antica di quella dell'uomo di Neandertal. Subbuglio fra gli scienziati, ma poi... si arriva a Conan Doyle.
A pag. 90 Maurizio Tosi, archeologo dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente e professore ordinario di Archeologia Preistorica dell'Asia Centrale dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli, fa una lunga e difficile ricerca nel Golfo Arabico e rintraccia le vie commerciali che consentivano gli scambi di oro, incenso, pavoni, fra quelle contrade e l'India, quando l'isola di Bahrein era un centro di grande floridezza culturale ed economica. Va bene, ma quando esattamente? Il secolo scorso? No, nel III millennio a.C., e ci perdoni il San Giovanni dell'Apocalisse.

Leggi tutto l'editoriale... Ettore Della Giovanna
In Questo Numero...
I colori di Burano

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I Tau't Bato: gli ultimi cavernicoli

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Il Giallo di Piltdown

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La metamorfosi della Dea Madre

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Mille e mille occhi più di Argo

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Oro, incenso, pavoni, nel Mare Arabico di 5000 anni fa

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