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Ligabue Magazine n° 74
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Ligabue Magazine

Anno XXXII
Numero 62
Primo Semestre - 2013

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Editoriale

Sapevate quand’è nato il formaggio? Le prime forme di formaggio e di yogurt hanno probabilmente visto la luce tra sette e nove mila anni fa in Medioriente ed in Europa. Recentemente però una nuova data si è aggiunta per svelare le origini più antiche della lavorazione del latte. Ed ha sorpreso tutti. Studiosi italiani, da anni impegnati in spedizioni e scavi nel Sahara Libico, sono giunti alla conclusione che anche nel Sahara, già si mangiava qualche tipo di formaggio in epoche remotissime, addirittura sei, sette mila anni fa. Nessuno se lo aspettava. Un vaso preistorico su tre reca tracce chimiche che fanno concludere che già allora si lavorava il latte per farne dei derivati. Come? Basta recarsi in Namibia per capire come. Le comunità Himba, con le loro famose donne coperte di ocra rossa, sono dedite ad una pastorizia primitiva, molto simile a quella dei pastori preistorici del Sahara. Li abbiamo filmati nei nostri programmi TV e le scene che potete cogliere sono incredibilmente simili a quelle che si vedono scolpite o dipinte sulle pareti dei ripari abbandonati nel Sahara Libico. Persino nel modo di acconciarsi i capelli. Ed una delle attività principali degli Himba, guarda caso, è proprio quella di lavorare il latte per farne i suoi derivati. Accompagnati da Cinzia Dal Maso, il primo viaggio che faremo in questo numero, sarà proprio quello di metterci sulle orme dei ricercatori italiani, come Savino di Lernia e il suo gruppo per scoprire quali nuove scoperte su queste comunità preistoriche, sono emerse dalle sabbie del Sahara. Il viaggio che ci farà fare Alessandro Marzo Magno nel suo articolo è davvero unico. Scoprirete qual è l’origine dei caratteri che utilizzate nel vostro computer; dal corsivo al Roman Type, al Baskerville, all’Helvetica, al Bembo… quante volte abbiamo scorso la lista dei tipi di caratteri da scegliere per scrivere un testo, una lettera o un articolo. Dietro ad ognuno di quei caratteri pochi sanno che c’è una storia incredibile. E Marzo Magno ce ne svela alcune, facendo capire quanto Venezia sia stata un centro propulsore del moderno modo di scrivere. In questo suo viaggio trova anche il suo posto un’incredibile tavoletta mesopotamica, ancora racchiusa in una busta d’argilla, aperta in diretta tv dopo 3700 anni appartenente alle collezioni della Fondazione Ligabue, per scoprire quanto già le tasse facessero parte della vita di allora. Si può viaggiare con la pelle? Certo, come ci spiega Nadia Truglia nel suo interessante articolo. I tatuaggi sono sempre esistiti con l’uomo e ne raccontano molti capitoli della storia e della cultura: dalla mummia di Similaun vecchia di oltre 5000 anni, ai celti, alle popolazioni oceaniche scoperte da Cook (al quale si deve il nome tatoo, derivante dall’hawaiano tataw). Anche oggi, che la moda li ha riportati in voga, i tatuaggi hanno assunto un nuovo scopo, cercare la differenza in una società che cancella sempre più le diversità tra le culture. Farsi un tatuaggio sulla pelle insomma è un modo di far rivivere antiche culture. Ed è un modo per viaggiare alla loro scoperta. Un concetto che la Truglia riassume bene con una parola molto poetica (e molto azzeccata): Tatuviaggio! Il terzo viaggio che vi proponiamo ha dell’incredibile. È la storia dell’ultimo tipo di cavallo selvatico esistente sul pianeta. Se oggi guardate un cavallo domestico, guardate un animale che ha una storia relativamente recente: 6000 anni circa, da quando si è cominciato ad allevare i primi cavalli partendo da una varietà selvatica, il famoso Tarpan. Che poi si è estinto. Esistono oggi ancora dei cavalli selvatici nel mondo? Noi tutti pensiamo ai Mustang, ai cavalli liberi della Camargue. Ma si tratta di cavalli domestici che poi si sono rinselvatichiti. In realtà una varietà di cavallo selvatico esiste ancora, è il cavallo di Przewalski (dal nome di un esploratore che ne riportò dei resti allo Zar nell’ottocento). La storia di questo cavallo è rocambolesca: identico a quelli che si vedono dipinti dai cacciatori preistorici nelle grotte francesi, è vissuto per millenni in Mongolia, e sarebbe scomparso del tutto se i suoi puledri non fossero stati catturati e allevati in zoo europei salvandone la specie. Nel 1945 ne esistevano appena 45 esemplari in vari zoo. Bombardamenti, stermini nazisti e altro ancora, ne hanno ridotto il numero a 13: una cifra così bassa da decretare come estinta la specie. E invece grazie a sforzi sorprendenti ora sono più di 300 gli esemplari che sono tornati a vivere liberi in Mongolia. Una storia a lieto fine straordinaria raccontata magistralmente da Lisa Signorile. Una cascata di vita che dura ininterrottamente dalla preistoria, così potremmo definire le Dolomiti, protagoniste di un altro articolo di questo numero del Ligabue Magazine. Le Dolomiti che ci raccontano di mari caldi in epoche scomparse e che oggi, quasi fossero un palcoscenico della vita, permettono ad un’incredibile varietà di piante, dai muschi alle orchidee, di esistere in uno degli scenari più spettacolari e belli del pianeta. Come ci racconta Bruno Berti nel suo viaggio nell’aria cristallina delle Dolomiti alla scoperta dei segreti della sua flora. Davvero insolito e delizioso è l’ultimo viaggio che vi proponiamo in questo numero. Danilo Mainardi e Patrizia Torricelli, ci portano per le calli e i campi di Venezia alla scoperta della sua fauna. In questo Safari urbano nella città più bella del mondo, ci fanno scoprire un mondo che nessuno di noi considera quando visita Venezia. Con un’ impareggiabile abilità nel presentare ogni animale come se fosse un nostro conoscente, anzi un parente che non vediamo da tempo e del quale vogliamo sapere di più, Mainardi e Torricelli stabiliscono un percorso ideale che rivela innanzitutto la fauna scolpita di Venezia (i fossili nelle pareti o sui pavimenti, e le sculture dei secoli passati), per poi passare agli animali veri e propri. Lo sapevate che in una città come Venezia, priva di auto si può apprezzare il soundscape fatto dai vocalizzi degli animali? Si possono anche scoprire il martin pescatore (in declino) e i fenicotteri, avvistare cormorani nel Canal Grande, oppure dar la caccia ai leoni (di pietra) nell’Arsenale, quasi fossimo nelle savane di Ngorongoro in Tanzania. A Venezia, persino i passerotti diventano predatori colpendo gli ultimi gechi che non si sono affrettati a nascondersi all’alba. Quello che ci propone Danilo Mainardi è uno sguardo nuovo ad una città antica, a conferma delle infinite sorprese che ci riserva Venezia, perla unica del patrimonio mondiale.

Buon Viaggio.

Leggi tutto l'editoriale... Alberto Angela
In Questo Numero...
Ci vuole carattere, la bellezza di cinque secoli di stampa

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