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Ligabue Magazine n° 72
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Ligabue Magazine

Anno XXXIII
Numero 64
Primo Semestre - 2014

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* Le versioni digitali dal n. 1 al 57 sono ottenute da una scansione del Magazine. Potrebbero pertanto presentare delle imperfezioni nella visualizzazione dei testi e delle immagini.

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SFOGLIA ANTEPRIMA
Editoriale

Immaginate di fare una scoperta rivoluzionaria per la Scienza. Una teoria alla quale mai nessuno è giunto prima di voi e che sconvolge tutte le conoscenze. Immaginate di lavorarci per anni e decenni, per metterla a punto e poi… Poi un giorno ricevete una mail da parte di un ricercatore più giovane di voi che vi espone la stessa teoria, alla quale è giunto indipendentemente chiedendovi un parere scientifico… Voi come reagireste? Provereste lo stesso tuffo al cuore che ha provato Charles Darwin quando, il 18 giugno 1828 ricevette una lettera da Alfred Russel Wallace che - come si usava al tempo tra scienziati - gli espose la propria teoria riguardo la selezione naturale delle specie. Era quasi identica a quella elaborata dallo stesso Darwin. Fu quella lettera a spingere Charles Darwin a pubblicare
- un anno dopo circa la lettera di Wallace - i risultati del suo lavoro che stava durando da oltre vent’anni. Darwin aveva passato tutto quel tempo a limare e curare la sua teoria corrispondendo con molti altri scienziati. Ma, per non perdere il suo vantaggio, uscì con quel libro “L’origine delle specie” il 24 novembre nel 1859. Il best seller andò a ruba in poche ore e mise praticamente in ombra per decenni il giovane Wallace. Che adesso però, come nell’articolo di Alessandro Minelli, riappare in tutta la sua luce. Wallace aveva coraggio, amava viaggiare, aveva raccolto decine di migliaia di specie, tantissime nuove per la scienza di allora. Si era salvato da un’imbarcazione incendiata ripartendo poi per l’Arcipelago Malese: un viaggio nel quale, senza rendersene inizialmente conto arriva ad un
confine tra l’Asia e l’Oceania. Lo scoprirà - e scrive tutto nel suo libro Arcipelago Malese - annotando che fino a Bali arriva la fauna asiatica mentre nella vicina Lombok non erano presenti cervi, scimmie o tigri: una differenza che adesso viene segnata come “linea di Wallace”. Continueremo a parlare di “evoluzione” ma di tipo completamente diversa nell’articolo di Luciana Boccardi: è quella del profumo nel corso dei secoli. Dal mondo egiziano a quello romano, ma anche prima certamente, essenze ed estratti hanno sempre accompagnato i nostri piaceri sorreggendo i desideri di donne e uomini. Scopriremo chi li produceva con abilità: dai “muschieri” veneziani a Caterina De' Medici, agli abili maestri profumieri di Grasse fino al dandy Robert de Montesquiou (Proust lo chiamerà nei suoi libri Barone di Charlus) appassionato di profumi al punto che gli amici lo chiameranno “Monsieur de Horthensiou”. Un cammino tra violette, muschi, Acqua di Parma e fragranze che non troverà mai fine perché i profumi cambiano in continuazione al punto che la sfida che fanno i produttori e i “Musei” del profumo appare come una delle più affascinanti del nostro tempo. Una sfida che ricorda, in fondo, quella delle innovazioni che - per generazioni - sono sempre state presentate nelle Esposizioni internazionali (le “Expo”…). Dal Grand Palais di Londra del 1851
alla Torre Eiffel, alle macchine per cucire del 1855 a Parigi o alle prime mietitrebbiatrici… Le Esposizioni hanno sempre stupefatto gli uomini e le donne di ogni epoca. Non importa che i cannoni dei signori Krupp presentati con grande pompa sempre a Parigi servirono pochi anni dopo ai Prussiani per vincere una guerra contro la Francia… È quanto racconta - in un viaggio che percorre oltre 150 anni di Storia - Fabia Garatti che illustra le Esposizioni internazionali e l’esibizione della scienza: dal fonografo alla cintura lampo, alle ruote panoramiche all’Atomium… Milano, dopo il successo del 1906 riprova nel 2015 a raccontare al mondo altre sfide, come quelle legate all’alimentazione, al cibo e all’energia. In questo Milano è alleata con Venezia che, il prossimo anno, offrirà a milioni di persone l’incontro con le città d’acqua. Tra acqua e cielo, anzi tra laguna e costellazioni è tutta o quasi la storia di Vincenzo Coronelli, una delle figure di intellettuale più importanti dell’Europa del XVII secolo. Cartografo, francescano minore, rettore della Basilica dei Frari a Venezia. Un uomo, come dice l’autore dell’articolo, il geografo Franco Farinelli, che vive in un momento decisivo in una città decisiva come Venezia, centro e orientamento del mondo di allora. Se, citando Heidegger, la modernità è stata “L’epoca dell’immagine del mondo” Coronelli è l’uomo moderno in ogni dimensione. Per la strepitosa produzione di globi terrestri e celesti, utilizza tutte le cognizioni che gli incroci geografici veneziani permettono. Le sue mappe “sono” il mondo, sono la realtà. Raccontano la società e raccontano il potere. I suoi globi diventano l’orgoglio di musei e città. E tutt’oggi lo sono ancora, nella Francia moderna, i due più grandi mai costruiti, conservati nella biblioteca nazionale. Realizzati per il Re Sole, Luigi XIV, erano destinati alla favolosa reggia di Versailles. Un’altra invenzione della geografia è quella che raccontano Agostino Da Polenza, scalatore prima e imprenditore ambientale adesso e Adriano Favaro. La storia del K2, seconda montagna più alta del mondo dopo l’Everest, conquistata 60 anni fa per la prima
volta da un squadra di alpinisti italiani guidata da Ardito Desio, in fondo è una metafora del nostro Paese. L’Italia era da pochi anni uscita da una difficile guerra e cercava un nuovo riscatto sul palcoscenico mondiale. E lo ha trovato inaspettatamente nelle alte quote, ottenendo un risultato sportivo e organizzativo che ha sorpreso tutti, battendo gli inglesi e gli organizzatissimi statunitensi. Quegli alpinisti, il 31 luglio del 1954 hanno trasformato il K2 nella “Montagna degli italiani”. Un’impresa che prosegue adesso con l’attività del Comitato Everest-K2-Cnr: agli scienziati italiani infatti è stata affidata la realizzazione del Parco Nazionale Centrale del Karakorum, nel cuore del Pakistan a poca distanza dalla grande montagna. Questione di stile, si dovrebbe dire. Come quello che racconta in ben altri scenari più vicini e quotidiani, Ulderico Bernardi, sociologo, studioso della storia veneziana e veneta. Il suo viaggio attraverso i cibi, la cultura e tradizioni alimentari della Serenissima è un viaggio dentro mille anni o quasi di storia. Un viaggio, dove convivenza, tolleranza, rispetto ma anche curiosità e ricerca contribuiscono come collanti indispensabili a reggere le sorti di un governo durato secoli che ancora adesso viene studiato e per molti suoi aspetti invidiato. Qualcuno ha detto che i cibi sono uno dei segni
più forti di una cultura e rappresentano il dialogo che l’uomo ha col proprio ambiente, con i propri simili. Bernardi tiene ben in mente questo concetto raccontando i sapori, gli incontri e gli incroci che gli alimenti hanno prodotto nel governo dei Dogi. Poche esagerazioni, molta curiosità tanta conoscenza: Venezia è stata proprio fragrans!

Buon Viaggio!

Leggi tutto l'editoriale... Alberto Angela
In Questo Numero...
Alfred Russel Wallace, l'altro padre della teoria dell'evoluzione

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Bella da vedere. Scienza e tecnica in quasi due secoli di Expo

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Coronelli, l'invenzione della geografia

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K2, la montagna degli italiani

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Le tracce dei Profumi. Gli Odori tra storia, scienza ed emozioni

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Venetia fragrans. Cucine e identità a Nord Est

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