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Ligabue Magazine n° 72
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Ligabue Magazine

Anno XXXV
Numero 69
Secondo Semestre - 2016

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Editoriale

Le radici dell’Occidente provengono in gran parte dal mondo Mesopotamico“ dove si incontra il primo abbozzo serio di quello che, ripreso, amplificato, approfondito e organizzato più tardi dai pensatori greci, diventerà lo ‘spirito scientifico’ cui ancora oggi teniamo molto”. È la tesi il grande storico francese Jean Bottéro nel suo saggio “La nascita dell’Occidente” che si può ritrovare nella mostra “Prima dell’Alfabeto” organizzata a Venezia dalla Fondazione Giancarlo Ligabue a Palazzo Loredan, campo Santo Stefano, una delle sedi dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Dal 20 gennaio al 25 aprile verranno esposti circa 200 pezzi della Collezione Ligabue, frutto della curatela di Frederick Mario Fales e Roswitha Del Fabbro che attraversano tre millenni di storia. A 150 dall’atto di nascita dell’assirologia - compiuto a Londra con una sfida tra quattro studiosi di fronte ad un testo sconosciuto - il percorso espositivo veneziano è un’immersione nella Mesopotamia come in poche occasioni è dato da vedere nel nostro Paese. Nessuno degli oggetti in mostra, ad esclusione dei prestiti del museo archeologico di Venezia e dei Reali Musei di Torino, è mai stato esposto al pubblico. “Pur se oggi siamo fisicamente lontani dalla Mesopotamia, la Terra tra i Due Fiumi – spiega il curatore della mostra Frederick Mario Fales docente universitario a Udine - riesce a rivivere grazie all’unicità, varietà e bellezza della collezione di antichità della Fondazione Ligabue”. “Ho voluto – spiega Inti Ligabue, presidente della Fondazione intitolata al padre – esporre la collezione mesopotamica, frutto della raccolta di oggetti durata decenni, perché quelle voci sono appartenute, appartengono anzi, a genti e popolazioni a noi vicine. Ognuno di quegli oggetti riproduce infatti segni e gesti (anche) di un vivere quotidiano che ancora pratichiamo ed elaboriamo”. La storia della tavoletta imbustata per 40 secoli circa (aperta alcuni anni fa in un diretta televisiva durante una trasmissione di “Superquark”, trasmissione di Rai 1, la rete ammiraglia della RAI, alla quale partecipò da Venezia, a Palazzo Erizzo, il sottoscritto) parte dalla città-stato di Assur, situata sul Tigri in Mesopotamia (l'odierno Iraq). Attorno al 2000 a.C. si costituirono una serie di 'fondaci' commerciali a molte centinaia di chilometri di distanza da Assur, in terra straniera, da parte di una collettività di grandi famiglie, organizzate in molte e variegate "ditte" di import-export a carattere sostanzialmente privato. Il testo - presentato e studiato per noi da Mario Fales - è formato da una tavoletta d'argilla e una "busta" e rappresenta una nota di credito tra due privati. Un individuo, si legge, ha prestato a un altro 30 mine di rame raffinato. Il debitore dovrà restituire la somma al creditore, con l'aggiunta di 1,5 mine d'argento come interesse. Sono nominati come testimoni due individui. Quanti sigilli mesopotamici conosciamo e possiamo leggere? Ce lo racconta Roswitha Del Fabbro archeologa udinese, che ha dato la caccia tra libri e web alle principali collezioni di sigilli ricordandoci come i grandi musei europei come il British e il Louvre iniziarono a costituire le loro collezioni di sigilli dell’Antico Oriente nel XIX secolo, grazie ai viaggiatori che li riportavano dal Vicino Oriente e agli esemplari che venivano acquistati sul mercato antiquario. Si tratta di circa 25.000 numeri di inventario, detenuti in collezioni pubbliche o private d'Occidente ma anche d'Oriente; un calcolo largamente per difetto. Dopo prime descrizioni generiche tutto cambia a partire dal 1950 con la pubblicazione di una serie di cataloghi di grandi collezioni, accompagnata da analisi critiche. Si stima che al museo del Louvre di Parigi ci siano circa 5.000 sigilli, la Bibliothèque Nationale ne detiene approssimativamente 2.000. la stessa quantità è nel British. Oltre 2.000 sigilli anche al Vorderasiatische Museum di Berlino, recentemente digitalizzati.
Si tratta comunque di una lista lunga e ancora non definitiva che negli Usa va da Chicago alla Yale Babylonian Collection, alla Pierpont Morgan Library di New York che detiene 1157 sigilli; o al Metropolitan Museum of Art di New York: una collezione di oltre 1.000 sigilli cilindrici e a stampo, molti dei quali sono consultabili grazie al ricco database online.
La Fondazione Ligabue torna in Sud America e questa volta lo fa con una collaborazione con James Doyle - assistente curatore dell’“ Art of the Ancient Americas” del Metropolitan Museum of Art di New York - nella giungla guatemalteca sul fiume Usumacinta sulle rovine dell'antica città Maya di Yokib. Città oggi conosciuta come Piedras Negras dove, tra il quinto e il nono secolo, fiorì una delle più importanti corti dinastiche del periodo classico (ca. 250-900 d.C.). Doyle ha analizzato le operazioni di scavo di conservazione eseguiti sotto gli auspici del Ministero guatemalteco della Cultura e dello Sport e dell'Istituto di Antropologia e Storia. Piedras Negras è minacciata da molti fattori ambientali ma anche scavi illeciti. Doyle ha lavorato con altri archeologi, per un progetto pilota fotografando i monumenti in tre dimensioni, e creando modelli preliminari che possono essere riprodotti o stampati in scala a tre dimensioni da collocare nei musei o in siti speciali nella foresta Lacandona. Del caffè gli ambasciatori – il nome corretto era Bailo – veneziani cominciarono a parlare nel 1573 nelle loro relazioni. Allora, più di cinque secoli fa si descriveva come “acqua negra” e se ne conoscevano perfino gli effetti di assuefazioni che quella strana bevanda portava con sé. Dodici anni dopo quella prima relazione il bailo Garzoni riscrive e usa per la prima volta la parola internazionale “caveè”. È cominciata una specie di mondializzazione, di globalizzazione alimentare, da bere, che non conoscerà più confini. Se Venezia, come in altre situazioni, salta subito le diffidenze – come spiega Alessandro Marzo Magno – quella bevanda scura nel 1582 in Germania (ma non solo) era considerata una medicina. Un po’ come quando arrivarono fiumi di caffè per i fanti al fronte nella prima guerra mondiale: bisognava stare svegli per evitare il nemico; da allora il caffè prese piede in tutte le classi sociali del Paese. Venezia si prende anche un altro primato “alimentare”: quello della forchetta, usata per la prima volta da Teodora Anna Ducas, figlia di Costantino X, imperatore di Bisanzio. La portò con sé, una specie di dote quando andò sposa al doge Domenico Selvo nel 1071. Venne guardata con sospetto per quell’utensile superfluo: secoli dopo la forchetta fu indispensabile per pasta come le lasagne. Ma anche se la moda veneziana venne guardata con curiosità l’Europa rimase freddina tanto che nel 1752 solo il 19 per cento delle famiglie germaniche usava la forchetta. E ancora ai primi del ‘900 parte del mondo femminile non l’amava tanto. Il caffè invece… C’è un filo sottile che lega il lavoro dei maestri vetrai veneziani a quello degli artigiani di Odumase, località del Ghana orientale, ora centro di eccellenza per la produzione di perle di vetro. In Ghana, tra i Krobo, il più importante tra i gruppi etnolinguistici Ga-Dangme. Le perle di vetro, per i Krobo di Odumase, rappresentano ciò che l’oro rappresenta per i vicini Akan e hanno ruolo fondamentale in occasione della celebrazione del Dipo, un antico rituale di iniziazione femminile. Irene Fornasiero è andata ad Odumase, capoluogo del distretto di Manya-Krobo, dove tra aprile e maggio, decine di ragazze, con le famiglie si riuniscono alla Dipo-House per raccontare le cinque giornate dell’emancipazione. Il Dipo è cambiato: un tempo, le ragazze Krobo recavano inscritti sulla pelle i segni della partecipazione al Dipo, “testimonianza” dell’avvenuto passaggio all’età adulta; le cicatrici, sono sostituite dalle fotografie scattate dai parenti. E alcuni degli artisti locali che ora fabbricano perle hanno imparato il mestiere nelle botteghe veneziane, memorie degli antichi traffici con la Serenissima.

Buon Viaggio!

Leggi tutto l'editoriale... Alberto Angela